Da Agosto 2007 a Luglio 2008, un anno di permanenza a Ulaanbaatar, in Mongolia.

Eccomi

Utente: Baraksch
Grosso, stupido, lunatico, ipoemotivo ed iperemotivo, sicuro quando non dovrei esserlo e insicuro la maggior parte delle volte, un metallaro caciarone, mannaro fin nel midollo.

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martedì, 23 dicembre 2008
Duuchin daachin, duuchin daachin

Si, lo so, avevo promesso una breve attesa prima di postare del mio viaggio nel Khenti e invece son passate, come al solito, settimane intere. E che volete farci, nel tornare in italia mi sono pesantemente impigrito e anche se essendo disoccupato ho un bel po' di tempo a disposizione, l'estro creativo di scrivere non m'era venuto... me lo faccio venire adesso.
L'arrivo a Maggio (dio mio, questo Maggio, non anni fa, ma pochi mesi fa ero ancora in Mongolia e ora mi sembra come se siano passati millenni...) del professor Marcolongo mi diede l'occasione di tornare ancora una volta a Bogd per un sopralluogo all'andamento dei lavori e quello di accompagnarlo assieme ad altra gente e alla solita Accademia delle Scienze durante una seconda spedizione in un aymag ad est della capitale, il Khenti, direzione che ancora non avevo mai intrapreso. Purtroppo non mi è stato possibile accompagnarlo a Bogd in quanto in quei giorni dovevo essere presente ad UB per far fare l'esame finale ai miei prodi studenti, ma il viaggio nel Khenti dal 22 al 28 Maggio (anticipato di un giorno visto che il 29 dovevo essere di ritorno per la cerimonia di laurea degli studenti, anche se mi ha ugualmente fatto perdere la festa che avevano organizzato il 25) assieme alla spedizione di sopralluogo geo-archeologico sono riuscito a farlo. 
Siamo partiti quindi il 22 Maggio di prima mattina, verso le 6, puntando verso oriente con una jeep giapponese e due uaz. Finchè eravamo sulla strada asfaltata la jeep era in testa, ma una volta abbandonata la comodità d'una via già tracciata, le uaz hanno iniziato a dir la loro ed a farci (si, io ero nella jeep assieme al professore Marcolongo, al suo corrispettivo dell'Accademia delle Scienze ed al tirapiedi di questo) mangiare la polvere. Visto che lo spazio è tanto, piatto (e pieno di buche) e monotono, spesso e volentieri i tre mezzi si lanciavano in corse e gare in cui gli autisti cercavano di superarsi tra loro. Durante una di queste, nel bel mezzo del nulla con le due uaz già qualche km avanti a noi, ci scoppia una gomma. Tutta bella squarciata, viene cambiata con qualche difficoltà dall'autista-tuttofare ma il tragitto pieno di buche, le svolte repentine per evitarle e cercare un tracciato più agevole, unito all'alta velocità tenuta dal mezzo per un terreno così sconnesso, hanno creato nel mio delicato stomaco occidentale* una ribellione sotto forma di rigurgito, volgarmente detto vomito, che è andata a buon fine solo perchè eravamo nel nulla assoluto e quindi ho avuto la prontezza di aprire la portiera mentre l'auto era ancora in corsa e di rimettere il rimettibile senza insozzare gli interni della jeep (tremo al solo pensiero delle eventuali conseguenze se avessi fatto qualcosa dentro l'autovettura) e concimando la brulla piana sottostante. A parte questo doppio imprevisto, il tragitto è stato effettuato senza grandi problemi se non fosse per l'esser passato per una delle zone con più buche di tutta la Mongolia. Ne ho viste altre simili, in inverno, ma hanno un Khentialtro aspetto quando c'è umido, allora sono una sorta di terreno paludoso irto di montagnole pregne d'acqua che emergono dall'acquitrino circostante, quando invece c'è secco sono un terreno all'apparenza piatto ma in realtà costellato di continui avvallamenti e montagnole a distanza d'un passo l'una dall'altra e dell'altezza di 20-30cm dal fondo dell'avvallamento, per cui passandoci sopra con le ruote è un continuo sobbalzare e dondolare senza sosta.
La prima sosta venne fatta presso un ovoo piuttosto grande per mostrare ad alcuni italiani che ci accompagnavano de la Venta** com'è fatto e come la tradizione vuole che si compia il cerimoniale. Quelli, armati di supermacchine fotografiche con megateleobiettivi, hanno iniziato a far foto e han contiuato a farle per tutto il tempo che siam rimasti insieme, e suppongo anche dopo.*** Questi esploratori non erano esattamente con la nostra spedizione, bensì affiancati ad essa in quanto la loro missione di ricognizione coincideva in parte con la zona che noi andavamo a battere e quindi ci vennero dietro fin quasi alla fine, facendo foto e video tanto per loro quanto per noi.**** 
Avanzando verso nord il paesaggio cambiò, facendosi più verde ed alberato, più vivo, con una percentuale maggiore di edifici stabili in legno piuttosto che le solite gher. La zona settentrionale del Khenti è infatti abitata da mongoli di etnia buriat, con tradizioni, dialetti e usi diversi dalla maggioranza khalkh, tra cui soprattutto una maggiore sedentarizzazione. L'albergo in cui ci si sarebbe dovuti accomodare era praticamente poco più d'un guanz locale con un paio di malconce camere da affittare, un salotto in cui se si univano i divani ci si poteva arrangiare a dormire dentro ed una gher nel cortile con 4 letti. Ovviamente niente acqua corrente ne' fognature, come al solito, e mentre mi pare che ci fosse qualche lamapdina nell'edificio, la gher dove ho alloggiato assieme ad una delle guide, i tre esploratori Venta e il geologo del Muis ne era sprovvista. Come abbiamo alloggiato? Bhe, loro sui letti ed io e la guida nei sacchi a pelo per terra, dopotutto era Maggio e si stava bene come temperatura e poi mi ero offerto io di stare a terra, e mi era pure toccato insistere  
Per arrivare nella zona indicata sulle carte, che avremmo dovuto controllare se poteva essere un possibile grosso sito di sepoltura visto che le caratteristiche geomorfologiche viste con immagini aeree gli dava delle caratteristiche che potevano far pensare ad una sua origine mediavale, ci volevano circa 4 o più ore di viaggio su una strada prima sterrata e poi completamente assente. Ci siamo dovuti fermare più d'una volta per rimuovere grossi tronchi e piazzare qualcosa sotto le ruote afifnchè non affondassero nel fango, ma alla fine siamo riusciti ad arrivare nel posto prescelto, piazziando lì il campo base. Dopo un pasto a base di aglio, carne in scatola e salumi, siamo andati ad esplorare il colle attraversando un ruscelletto che scorreva nella vallata (noi eravamo accampati ai piedi d'un colle di fronte a quello che dovevamo controllare) e che per quanto piccolo si infiltrava nel terreno creando una piccola zona paludosa in cui le scarpe affondavano fino alle caviglie e dove pareva che il fango si volesse trattenere le calzature. Per tutta la giornata e la giornata successiva, abbiamo camminato sulla collina, cercando segni, tracce e corrispondenze morfologiche del terreno in riferimento a quanto mostrato dalle foto. L'idea che la collina fosse artificiale non venne ne' confermata ne' smentita, in quanto i segni erano un po' dubbi e incerti. Quello che dal cielo sembrava essere un rettangolo di alberi preceduto da un corridoio di piante non era facilmente riscontrabile una volta sul posto, anche se alla fine riuscimmo a scorgere da una determinata angolazione alcuni alberi che sembravano effettivamente allineati e in parallelo tra loro, facendo cosi poi il punto della posizione, cosa che però non ci ha permesso di ricavare più informazioni di prima poichè i detriti e la terra erano molti, coprivano tutto e la nostra era una missione di sopralluogo, non potevamo scavare ne' far altro (ed eravamo comunque armati solo di piccone, ergo senza i mezzi per un controllo più approfondito, anche avendolo voluto). Certo che comunque il posto era strano. La collina era ricoperta di alberi, soprattutto abeti e betulle, di cui moltissimi caduti (forse abbattuti) e bruciati. Alcuni solo parzialmente bruciati. Insomma la cosa ci puzzava, nel senso che pareva che le fiamme avessero lambito solo alcune parti dei tronchi e c'erano dei tronchi caduti a terra con solo un fianco bruciato e l'altro no, i tronchi interamente bruciati erano quasi assenti, e infine trovammo alcuni segni di passaggio umano. Cioè, io non ci avrei mai fatto caso, ma dopo che il professore ce lo fece notare, vedemmo che alcuni tronchi a terra erano posizionati perpendicolari tra loro, altri erano messi come a creare un quadrato ed altri ancora posizionati a forma di croce cona ripetitività ed un angolo quasi perfetto d'intersecazione da far dubitare che potesse essere opera del caso.
Questo per gli abeti.
Le betulle facevano una fine diversa.
Molte betulle erano state rotte a mano, forse era stata legata una corda alla cima e tirata giù a forza, forse in altro modo ma di fatto il tronco risultava spezzato senza mostrare segni di taglio o che altro ed aveva numerosi fori più o meno profondi sulla corteccia larghi circa un dito o due. A quanto ho capito le betulle sono alberi sacri nella tradizione sciamanica mongola, in quanto collegamento tra l'uomo e il cielo, Tengri, e quei fori rientravano nel cerimoniale sciamanico della "scala spirituale" che simboleggiava l'elevarsi dello spirito dello/a sciamano/a verso il mondo degli spiriti. Il perchè fossero rotti non ci era chiaro, ma venne supposto che rientrasse in qualche tipo di cerimoniale il sacrificio dell'albero... o forse era stato vandalismo intenzionale. Infatti, oltre alle tracce di presenza umana che avevamo dedotto potesse essere collegata alla religiosità locale*****, vennero ritrovate alcune targhette di plastica blu e rosse che quando era stata fatta una prima ricognizione il mese precedente, erano assenti. Non vorrei ricordare male, ma mi pare che il nome fosse "Batu" con annesso un codice numerico, il foglietto rosso era vicino alla fila parallela di alberi che portava al rettangolo, mentre quell'altro era in un avvallamento che poteva, forse, essere la sommità d'una camera mortuaria, visibile chiaramente però solo dalle foto aeree. La sigla Batu (che è il nome del nipote di Gengis Khan, fondatore dell'Orda d'Oro nella Russia meridionale nel XIII secolo, mio argomento di tesi) era la sigla di riconoscimento che indicava una compagnia mineraria canadese. La Mongolia è un paese ricco di risorse minerarie e molte compagnie, anche canadesi, sono presenti sul suo territorio alla ricerca di oro e altri metalli preziosi, per cui non è raro imbattersi in alcune loro spedizioni di sopralluogo, solo che quella zona non era geologicamente e strutturalmente portata ad essere un buon sito per lo scavo di minerali, di questo l'esperto geologo del nostro gruppo ne era completamente certo. Ora, sapendo questo, bisogna che sappiate che è molto, molto più facile ed economico ricevere un permesso minerario che un permesso per effettuare scavi archeologici. Quindi cosa succede spesso? Che alcune compagnie con la scusa di cercare metalli preziosi vanno in realtà in cerca di tesori seppelliti coi khan dell'antichità, reperti archeologici dal notevole valore e pregio che vengono così portati alla luce e... e boh. A volte molto semplicemente "scompaiono" senza essere mai ufficialmente esistiti, altre volte dicono "eh, noi cercavamo l'oro e invece abbiam trovato un tesoro" e fanno le cose con le carte più o meno in regola diventando più o meno importanti negli ambienti archeologici e presso i vari musei, etc. Comunque, il fatto che una compagnia mineraria canadese si fosse interessata ultimamente a quella zona, era un altro tassello che quella collina potesse celare qualcosa di interessante.
Dopo due giorni di sopralluoghi, smontammo il campo, dirigendoci verso la via del ritorno. Per vedere di trovare qualche informazione su questa compagnia canadese, ci fermammo presso alcune gher che erano nella vallata sottostante, ma nessuno dei loro abitanti aveva visto movimenti di auto negli ultimi mesi e l'altro capo della vallata era intransitabile con dei veicoli, quindi il mistero permaneva. L'anziano mongolo che fungeva da pater familias parlò a lungo della zona circostante, delle tradizioniConsulta dei nomi locali e di quello che era successo nella zona negli ultimi mesi o che succedeva tradizionalmente tempo fa, ma la cosa fu di un'utilità relativa, anche se dava ulteriore conferma ad alcuni dubbi, e fu molto bello tanto sentire la toponomastica locale con rispettiva traduzione quanto assistere ad un lungo brindisi cerimoniale che il vecchio fece prima che ce ne andassimo.
Dopo una notte piovosa (nella gher in cui entrava acqua dal tetto ed io ero lì sotto a lavarmi) uscimmo nuovamente per un ulteriore sopralluogo su un monte diverso, indicato dal vecchio del giorno prima come zona sacra per gli sciamani. Le macchine dovettero fermarsi qualche km prima pelle pendici del monte poichè alcuni grossi massi impedivano il passaggio e quindi proseguimmo per 4 ore a piedi, in 5, puntando verso la sommità del monte senza alcun sentiero, senza alcuna carta, affidandoci solo al GPS e alla nostra abilità di avanzare nel territorio svoltando al momento giuto ed evitare di sbagliare direzione tra gli alberi che coprivano la vista. Cosa curiosa, alla base del monte trovai alcuni vecchi cingoli arrugginiti e dei pezzi sparsi d'un motore. Quella zona della Mongolia è vicina al confine con l'ex Unione Sovietica e la terra dei khan fu a lungo utilizzata come stato cuscinetto verso la Repubblica Popolare Cinese con cui Mosca fu a lungo in attrito. Noi eravamo, probabilmente, in una vecchia zona dove si facevano delle esercitazioni militari congiunte mongolo-sovietiche e quelli erano alcuni dei ricordini lasciati in giro. A parte ciò, la salita fu lunga e su quel monte, vicino comunque a quello degli altri giorni, non erano presenti segni di fuochi e solo poche erano le betulle spaccate e con la "scala spirituale" (che però lì erano più probabilmente opera di qualche picchio). Una volta raggiunta la sommità, il punto segnato dal GPS in cui dalle foto aeree risultava una spianata erfettamente ciroclare, al centro dell cerchio trovammo una catasta di grossi e tozzi pezzi di legna. Erano pezzi di albero troppo grandi per appartenere alla flora circostante, erano stati tagliati con precisione ed accatastati per un motivo a noi ignoto, così come ci era ignoto come abbiano potuto portarli fino a lì, visto che la zona era inaccessibile alle auto e dopo un pendio molto ripido ed irto di alberi e piante.
Altro mistero.  
Riuscimmo a tornare a valle prima che scomparisse il sole e dopo una camminata così difficile e lunga il tragitto nel traballante uaz mi sembrò di assoluto riposo e la notte dormii come un sasso.

_____   CONTINUA  -   WORK  IN  PROGRESS___________

*= assieme ai postumi alcolici della serata prima che, se non erro, era una festa di compleanno.
**= a quanto mi hanno raccontato i tre ragazzi, è un'associazione di esplorazione che è iniziata con la speleologia nelle zone dell'america latina e che si è poi affermata anche a livello internazionale e ora stanno cercando di aprirsi anche ad altri orizzonti oltre che la speleologia.
***= dopotutto eran lì per quello, portar documentazioni sula zona per poi vedere se creare una spedizione con tutti i crismi, chissà se son riusciti a farla approvare dal loro consiglio.
****= loro era uno dei due uaz, con rispettivo autista e guida/traduttrice. Per il loro sopralluogo si erano anche avvalsi della presenza d'un professore di geologia del MUIS.
*****= e anche se il fatto che quella collina potesse essere il centro di ritrovo per gli sciamani non avesse alcuna valenza scientifica, lasciava comunque supporre che quel posto potesse essere effettivamente stato una locazione importante per i custodi delle tradizioni più antiche e quindi potenzialmente anche la sacra terra che accoglieva la tomba di qualcuno dei grandi della storia della Mongolia.

Postato da: Baraksch a 02:45 | link | commenti

venerdì, 24 ottobre 2008
We are Motorhead

...and we're back.

Ho deciso di riaprire il blog perchè mi girava, cambierò forse un paio di righe, ma è stupido tenerlo tutto chiuso, anche perchè devo ancora scrivere un paio di cose che sono successe dall'ultimo post fino alla mia partenza per l'Italia il 15-7-'08

Ergo a breve aggiornamenti.

Postato da: Baraksch a 04:25 | link | commenti (5)

domenica, 29 giugno 2008
Ijii Mongol. Ikh Mongol.

La scuola è finita, andate in pace.

Finito ogni tipo di impegno, finito ogni tipo di lavoro, mi ritrovo disoccupato in terra mongola; ma andiamo con ordine.

Le lezioni sono finite il 25 Aprile con un pantagruelico pranzo con i miei studenti nella nostra benedetta (?) aula 460, è arrivato anche Ariel (cubano vissuto in Italia per lunghi anni, parla benissimo l'italiano, il ceco, il russo e sta studiando mongolo e cinese, oltre a sapere ovviamente lo spagnolo) e ho fatto pasta in abbondanza da portare anche ai vari professori: la preside di dipartimento Buyanimekh, il professore di francere Monkh, la segretaria Lkhama, la professoressa di francese Altangul e la professoressa di spagnolo Pujee. D'accordo con i miei studenti s'è deciso di iniziare gli esami di fine semestre subito dopo la fine delle lezioni e quindi abbiamo fatto l'esame di conversazione il 28, l'esame di traduzione simultanea il 29, l'esame di comparazione linguistica il 30, l'esame di geografia il 2 maggio, quello di scrittura il 7, lessico il 9 e infine stilistica il 12*. Chi più, chi meno, sono andati tutti abbastanza bene e si sono trovati** quindi sotto pressione per gli esami finali***.

Prima degli esami finali ci sono stati dei giorni, previsti e obbligati dall'università e preventivamente concordati con gli studenti, in cui abbiamo fatto ripasso delle materie che avrebbero trovato nell'esame: stilistica, scrittura, grammatica e lessico. Con 7 di loro, gli altri erano esonerati visto che avevano fatto le tesine, abbiamo ricontrollato le varie cose fatte e ripassate assieme: stesura del curriculum vitae, lettere di presentazione e di licenziamento, liote, allitterazioni, ossimori, onomatopee, analessi, concordanza dei tempi all'indicativo, formazione del passivo, termini giuridici quali "abigeato", la differenza tra il termine "arresto" e "fermo" o tra "querela" e "denuncia" e similari. Un totale di 8 ore, 2 per ogni materia, focalizzate in un ripasso finalizzato all'esame finale, una manna dal cielo per ogni studente che si senta il terreno bruciare sotto i piedi in vista dell'ultimo ostacolo prima della laurea, un'opportunità di chiedere, ripassare, richiedere, provare e riprovare finchè non s'è capito. In due giorni, il 19 (o il 20, non ricordo) e il 26 maggio ho esposto, spiegato, sviscerato, ripetuto, cercando e sperando di essere chiaro e comprensibile anche per coloro che avevano maggiori difficoltà con la nostra lingua. Poi, a casa, ho preparato l'esame usando come esempio l'esame finale che avevano fatto gli studenti di francese l'anno scorso. 

Nel mattino del 27 maggio è stato fatto l'esame scritto. Domande e richieste di analisi su cose che avevamo ripassato fino al giorno prima, nulla di difficile, nulla di ignoto, cose che avevamo tritato e ritritato per ore durante l'anno e che erano appena state ripetute, fresche fresche. A parte un paio di eccezioni, l'esame è andato anche peggio del solito. Esercizi ed esempi fatti fino al giorno prima tutti assieme, tutti a dire "si", "ho capito", sbagliati in una maniera di cui non riuscivo a capacitarmi. Emozione ed agitazione? Confusione mentale? Dimenticanza fulminante? Semplice idiozia? Mistero. So solo che mi son ritrovato quasi a lottare per la salvezza**** di alcuni di loro, che in altri frangenti si eran mostrati ben migliori di quanto prodotto in quel momento, controllando ripetutamente le loro produzioni per cercare di capire dove prendevo un abbaglio nel correggerle, visto che non potevano essere andati così male. Questo comunque era solamente un voto parziale, visto che a ciò si sarebbe dovuto sommare quello che avrebbero preso il giorno dopo nell'esame orale.

Nel primo pomeriggio c'e stata la discussione delle tesine fatte dai 6 studenti che avevano deciso (avendone la possibilità, era necessaria una certa media per poter fare la tesina) di fare un lavoro di ricerca grammaticale (chi sulle preposizioni semplici e articolate, chi su una specifica particella, chi sulle varie tipologie di lettere ufficiali, chi su proverbi e modi di dire italiani, etc.) proprio. Ognuno di loro era stato seguito da un professore... io avrei dovuto seguirne una, Burenchimeg, che affrontava l'uso del tempo imperfetto nella lingua italiana, e per quello che potevo l'ho anche fatto; ma le mie conoscenze di grammatica sono leggermente (cioè parecchio) limitate e soprattutto era una tesina che andava scritta e spiegata in mongolo. Una ricerca su un argomento della grammatica italiana (i proverbi e i modi di dire come parti fraseologiche della nostra lingua e le lettere ufficiali come, a volte, particolarità grammaticali dell'italiano) analizzata e spiegata in mongolo per i mongoli. Ergo io durante queste discussioni sono stato bello bello seduto sul mio banco a morire lentamente d'inedia mentre le ore passavano e tutt'attorno si parlava dell'italiano, ma non in italiano (cosa che posso anche capire, dovevano dimostrare il lavoro fatto, la metodologia e quanto appreso, e se l'avessero fatto in italiano io ero l'unico a poterli comprendere mentre la commissione era composta da altre 6 persone: 4 professori della facoltà, Batjargal, ex ambasciatore della Mongolia in Italia, e Niamaa, segretaria dell'associazione Italia-Mongolia). Comunque sia, alla fine l'esame è finito e malgrado ci fossero delle annotazioni e delle critiche su alcuni aspetti, sono tutti quanti andati molto bene e anche io potevo dire di essere persino orgoglioso e soddisfatto di loro visto che avevano dimostrato d'aver studiato e d'essersi impegnati nei mesi passati per fare un buon lavoro e non una cosa messa su in fretta e furia su due piedi.

Il 28 maggio è stato il tempo dell'esame orale per i 7 studenti che il giorno prima avevano fatto lo scritto. Durante l'anno avevamo toccato svariati argomenti collegati o meno con l'Italia (il classico tema della mafia, il problema palestinese, la questione kossovara, il cattolicesimo, il razzismo, ... ) oltre ad aver fatto lezioni di storia, letteratura e geografia e l'esame era così strutturato: erano stati scritti su 14 foglietti 14 differenti argomenti (l'inizio della lingua italiana, san francesco e dante/ la repubblica e l'impero romano/ l'emigrazione italiana all'estero/ l'immigrazione interna italiana/ la nascita del problema palestinese dall'800 fino all'inizio della II g.m./ etc.) e gli studenti entravano uno alla volta. Una volta entrato l'esaminando pescava un biglietto a caso ed aveva 20 minuti per prepararsi, dopodichè doveva iniziare a esporre quanto richiesto. Mentre parlava entrava un altro studente, pescava un biglietto e si metteva a preparare il proprio argomento; chi più, chi meno se la sono cavata tutti piuttosto bene a parte uno che per ben due volte ha fatto scena muta prima di esporre in un buon italiano un argomento di cui era, finalmente, a conoscienza*****. Alla fine di ogni orale ogni professore scriveva il proprio voto (eravamo praticamente in 4: io, Batjargal, Niamaa e Pujee, che sapendo lo spagnolo riusciva a seguire quantomeno il senso di quanto detto) e alla fine venne fatta una media dei voti espressi ed aggiunta al voto che già avevano ricevuto per l'esame scritto. La somma fu il voto definitivo di laurea in lingua e cultura italiana, a cui sarebbe stato affiancato il voto di laurea in traduzione italiano-mongolo/mongolo-italiano, che avrebbero ricevuto dopo l'esame del 6 giugno.

Con 3 ore a disposizione per tradurre circa 24 righe di mongolo in italiano e 24 righe di italiano in mongolo (preparate per fortuna da Batjargal, visto che, mancanza mia, mi ero ritrovato a far tutto all'ultimo minuto), anche l'esame di traduzione del 6 giugno finì senza particolari problemi mostrando però le profonde debolezze che colpivano tutta la classe per motivi indipendenti al loro impegno: la mancanza di un vocabolario italo-mongolo e la mancanza di un professore mongolo che sappia bene l'italiano (o uno italiano che sappia bene il mongolo) in modo da poter fornire le esatte corrispondenze tra i termini nelle due lingue. Per tradurre le parole a loro sconosciute che mettevo nelle lezioni (a volte usavo appositamente termini arcaici, dialettismi, neologismi e similaria. Credo siano gli unici in tutto il nord-est asiatico a conoscere gli emo, i bimbominkia e le loro orride deformazioni e depravazioni ), io m'ingegnavo a trovare sinonimi, fare esempi, ma non era certo un lavoro scientifico che poteva permettere loro di trovare il miglior corrispettivo in mongolo per il termine italiano. Questa deficienza è durata quantomeno 3 dei 4 anni di italiano che hanno fatto (al primo anno l'insegnante Paola Hass sapeva anche il mongolo e quindi poteva fornire delle traduzioni più corrette) e la cosa ha ovviamente influito negativamente sulla loro padronanza della lingua.

Il 12 giugno c'è stata una festa di fine università, a cui purtroppo non ho potuto partecipare (ero in una spedizione esplorativo-archeologica col professor Bruno Marcolongo, di cui parlerò al prossimo post, questo è centrato sull'università ed i miei studenti), in cui eran tutti tiratissimi (meno male che non c'ero, vah), le ragazze si son cambiate il vestito anche 3 volte nel corso della stessa serata e si narra di funambolismi vari di cui però non scriverò non essendo stato testimone oculare della cosa e non potendo quindi attestarne la veridicità. Il 15 c'è stata la cerimonia ufficiale di consegna diplomi. Tutta la gente che finiva l'università del MUIS s'è ritrovata nel palazzo delle cerimonie vicino alla piazza centrale, tutti quanti vesititi bene (si, pure io), chi in abito tradizionale e chi no, centinaia di studenti accalcati in un teatro enorme sul cui palco han preso posto i vari presidi di di facoltà e il rettore. Poi è iniziato lo spettacolo. C'era il presentatore, c'eran i discorsi magnificenti dei vari pezzi grossi, c'era la premiazione pubblica e l'ovazione degli studenti che più si sono distinti per ogni facoltà, le ole quando venivano chiamate le varie facoltà e le esibizioni canore di alcuni studenti tra gli applausi generali, le luci stroboscopiche e la musica leggera. Mi sembrava di stare a Domenica In. Dopo questa cerimonia di circa un paio d'ore, tutti noi di lingue straniere siamo andati al I edificio del MUIS, nella splendida aula magna******, e lì son stati chiamati uno per uno tutti gli studenti (iniziando per mera fortuna proprio dai miei) a cui è stata consegnata l'agognata laurea. Siamo usciti subito dall'aula e dopo alcune foto di rito siamo andati a mangiare al ristorante "Dolce Vita" (l'unico a mia conoscienza che oltre a dirsi ristorante italiano, abbia anche un cuoco italiano) la cui proprietaria, una mongola che parla la nostra lingua, ci aveva invitato per festeggiare la laurea. Lì siamo stati raggiunti dal neonominato agente consolare per la Mongolia, Franco Lontani, che si è complimentato con tutti quanti e poi i miei studenti hanno consegnato a me ed a Monkh (che li ha seguiti per tutti e 4 gli anni, coprendo molti buchi sopratutto nelle ore di traduzione degli anni passati, arrangiandosi col suo francese) un gilet di cashmere ringraziandoci per il lavoro, la pazienza e quant'altro.

DSCN1587Una delle foto "di rito" con la laurea in mano. Sullo sfondo c'è il I edificio del MUIS e da sinistra a destra (tra parentesi una traduzione spero decente dei loro nomi, quando la so, e il nome "occidentale" che hanno preso il primo anno): Ikhbaiar (Grande Festa/Cerimonia, Martino), Enkh-Uyanga (Lirica di Pace, Marta), Davaasuren (Preghiera del Lunedì, Maddalena), Burenchimeg (Completo Abbellimento, Lilia), Ariel (prof. di spagnolo che mi ha aiutato nelle ore di traduzione), Tselmeg (Serenità, Vanessa), Batjargal (Gioia duratura, ex ambasciatore della Mongolia in Italia, mi ha aiutato in alcune ore di traduzione), Niamaa ( ?, segretaria dell'associazione Italia-Mongolia), Bilguun (Sapiente, Filippo, detto comunemente Billi), Monkh (?, prof. di francese), Michele (prof. d'italiano), Yesulen (La Nona, Giulia), Monkhzul (Fiamma eterna, Valentina), Bat-Uchral (Appuntamento col destino, Marco), Zaschikher (Zucchero filato, Elisa), Och (Scintilla, Cristiano), Jargal (Felicità, Francesca).

 

DSCN1577Metto anche questa foto, fatta il15 giugno subito dopo la cerimonia in quanto è presente l'unica studentessa assente nella foto precedente: Batzezeg (Fiore Resistente, Monica), la seconda da destra. Da sinistra, sono: Davaasuren, Jargal, Enkh-Uyanga, Tselmeg, Burenchimeg, Yesulen, Batzezeg, Monkhzul. Sullo sfondo, una piazza Sukhbaatar piuttosto animata.



*= il 1 maggio in Mongolia non è festa, ma me ne sono impippato altamente e ho proibito ogni esame, così come per il 6 maggio, giorno dopo il mio compleanno, in cui sarei stato troppo stanco per lavorare (come infatti è stato). 
**= in teoria, in pratica non so bene e ho qualche dubbio soprattutto visto che so che per fare questi ultimi esami molti, per non dire quasi tutti, si son messi a studiare all'ultimo momento, andando a chiedere in giro le informazioni che non ricordavano. Sono arrivati a chiedermi se potevo dare delle ripetizioni il giorno prima dell'esame quando mi ero reso disponibile per tutto il tempo del I e II semestre a ogni ora, se loro avessero voluto. Non han voluto finchè non si son trovati col pepe al culo.
***= g
li esami fatti finora erano la conclusione dei corsi sostenuti, adesso iniziavano gli esami in cui si sarebbe testata la loro conoscenza riguardo tutto quello fatto nei 4 anni di corso. Diciamo pure che prima eran esami normali e ora si passava alla tesi, che però qua è divisa in due esami: conoscenze varie (scritto e orale) e traduzione. Per laurearsi non si necessita di un lavoro di ricerca proprio. Non si necessita, ma chi vuole può farlo. 6 dei 13 studenti hanno preparato una tesina propria che, una volta sostenuta, gli ha permesso di evitare di fare l'esame di conoscienze varie.
****= il corso di italiano, come ho già detto, è solo uno ogni 4 anni. Non esisteva un altro corso di italiano attivo, ne esisterà solo uno l'anno prossimo (se si trova un prof.). Se qualcuno di questi fosse stato bocciato all' esame finale, avrebbe significato il cestinamento di 4 anni di vita (la bocciatura agli esami normali significa, come da noi, il ritorno al successivo appello, che si può protrarre anche per anni. C'eran due studenti che dovevan dare economia dal II anno, tanto per dire). Buttare nel cesso e tirar l'acqua di tutti gli anni fatti, visto che il bocciando avrebbe dovuto rifare da capo tutti e 4 gli anni, finchè anche il prossimo corso non fosse arirvato all'ultimo anno. Nessuno l'avrebbe fatto e avevo sinceramente paura, terrore, di dover essere costretto a condannarli a un così grande spreco di soldi, impegno e anni. Certo, è un serpente che si morde la coda, perchè in questo modo non si permette un miglioramento della qualità dell'università e loro si abituano a "passarla liscia" pur producendo e facendo poco, ma se volete essere voi a firmare questa loro condanna potete pure venire qua... 
*****= a lui ed ad un altro ho fatto, dopo che i voti eran stati resi noti, una lavata di capo non da poco; tremavo quasi per la rabbia che m'avevano fatto venire.
******= l'unica a forma semicircolare come un antico teatro greco, interamente in legno, con ampie vetrate e gli stucchi in mezzobusto di Socrate, Aristotele, Giordano Bruno, Copernico, Galileo Galilei, Einstein e altri. 

P.S. Rileggendo temo si possa intendere che i miei studenti non sappiano bene l'italiano. Ci tengo a precisare che io posso parlare con molti, quasi tutti, di loro come parlerei con chiunque tra voi sapendo che loro, se non tutte le parole, riescono a capire cosa intendo comunicare e che sanno rispondermi in maniera come minimo comprensibile, cosa non da poco essendo la nostra una lingua poco diffusa in questa parte del mondo e avendo loro poche possibilità di fare esercizio e pratica.

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mercoledì, 14 maggio 2008
An all to ordinary story, this is my story

Ieri c'e' stato uno scontro.
Molto duro, molto lungo.
Si, questa volta ho partecipato anch'io, anzi, l'ho iniziato io.
Non potevo tirarmi indietro, non piu', erano giorni che la cosa era nell'aria e alla fine e' esplosa.
Ma andiamo con ordine: alle ore 11:27, dopo essermi incontrato col rettore Naran per discutere su che fine far fare ai soldi arrivati dall'Italia come contributo all'unviersita'*, sono rincasato al dormitorio e, ormai conscio dell'inevitabilita' della cosa, mi sono recato in camera per prepararmi, non e' stato facile, ma almeno ne sono uscito vittorioso. La prima cosa a paritre e' stato il tappeto. Un vecchio tappetto rossiccio di circa 2,5x2 metri zeppo di polvere, sabbia e quant'altro, che e' andato a finire sulla cancellata che attornia il dormitorio, 3 piani piu' in basso. Poi la scrivania, con tutte le varie cartacce di cui era divenuta ricettacolo, spostata sul lato opposto della stanza e, con una parete completamente sgombra, e' iniziato l'attacco. Non uno, ma ben due aspirapolveri si misero in funzione e il rumore delle ventole che pompavano a tutta forza era simile a quello dei bombardieri ad elica** che sorvolavano le linee nemiche, provocando panico e fughe da ogni parte, impedendo ai miei vicini giappi di parlare normalmente ed a me di sentire i Manowar che mi ero messo come sottofondo. Uno scontro inumano, titanico, una sola persona contro migliaia, milioni di particelle di polvere, sabbia e schifezze varie che avevano avuto mesi e mesi per preparare le difese, rinforzarsi, addestrarsi, allenarsi, resistermi. Ho debellato le roccaforti maggiori, spazzato via le resistenze organizzate e quelle più numerose, battuto con selvaggia violenza quelle che si erano nascoste; ma devo ammettere una vittoria solo parziale. La guerriglia nella moquette non è stata molto colpita a parte qualche perdita superficiale ed anche quella nel tappeto, malgrado i numerosi e pesanti colpi che le ho inferto con apposito (mica tanto, era un manico di scopa dopotutto) battipanni, ha resistito benchè decimata. Solo pochi minuti dopo l'immane tragedia del conflitto non ho potuto non notare come arrivassero continui rinforzi a piccole dosi dalla finestra aperta, che permetteva (e permette ancora, quella sporca fiancheggiatrice) il passaggio della sabbia, e dalla porta che lascia filtrare polveri e qaunt'altro. Ho dunque dichiarato guerra a coloro che vigliaccamente aiutavano i miei nemici, passando a portare sciagura direttamente alla roccaforte principale, al centro, al nucleo d'ogni malvagità.
Il cesso. 
Oltre un semestre di incuria lo avevano segnato pesantemente: sozzume giapponese e coreano, sporcizia italiana e tedesca, polveri, sabbie e ceneri mongole e ungheresi si erano lì riunite in un'orgia di incrostazioni e chiazze che sembravano sbeffeggiare chi, armato di nobili e alti intenti, era giunto a punire i malvagi. Ma malgrado la loro forza e il loro numero, l'ambiente giocava a loro svantaggio: non v'era moquette in cui nascondersi, non v'era tappeto a cui aggrapparsi, ma liscie e piatte piastrelle di ceramica tanto per terra quanto sui muri, un territorio facile su cui combattere per il Distruttore-di-Molti, come ormai avevano iniziato ad appellarmi. E così ebbe inizio la mattanza. Gioco duro, gioco pulito. Niente saponi o profumosità varie, niente candeggina o antibatterici vari, nulla che potesse portare a mio favore una facile vittoria, ho rispettato cotal nemico, ho accettato di sfidarlo alla pari: lui contro di me, incrostazioni e strati, falangi di polvere contro acqua e olio di gomito. Ore di lotta estenuante, quando attaccavo da un lato, ecco che dall'altro si facevano avanti, quando mi giravo per punirli, ecco che altri saltavan fuori per ghermirmi, dura, terribile, estenuante, ore e ore chino sui loro putrefatti ed immondi cadaveri che venivano portati via dai flutti che, quale novello Nettuno, scagliavo contro di loro in totale preda del furor domesticus. Solo uno, in fine, vide la sera giungere. Solo uno, infine, dopo ore di tremendo scontro sotto gli sguardi vagamente stupiti, ma più che altro disinteressati***, di nipponici ed ungheresi, si erse vittorioso da quella virile contesa.
Virile, si.
Non v'era femmineo abbandono nell'atto che feci, non v'era gioia lustrativa o terror dell'immondo, ma dura, forte, maschia determinazione allo sterminio ed alla lotta all'avverso quando con egli ormai si parlava come ad un pari, portandogli rispetto e dandogli del "lei". Non vigliacco attacco, facile e schiacciante, quando il nemico è ancora debole, impreparato, poco numeroso e sparpagliato come son solite fare certe donzelle ogni dì, bellandosi della propria capacità domestica contro un avversario che è ovvio non vi possa resistere. Giammai! Lotta virile e maschia, si! Attaccando quand'egli non è inferiore, ma bensì superiore in numero, forza, addestramento, difesa e quant'altro! Scagliando l'offensiva quand'egli si crede, giustamente, sicuro e forte, aggredendo un avversario che ci supera sotto ogni aspetto organizzativo, numerico e di esperienza! Troppo facile, signorine mie che so leggerete queste righe, vincere ogni dì contro queste povere creature spaurite e tremebonde del vostro gargantuesco arrivo! Troppo facile grattare via le loro dimore quando queste son fatte di pochi pezzi di fango e paglia! Provate voi a scontrarvi contro le addestrate e fitte falangi d'Ariele il Polveroso. O contro le poderose fortificazioni di Gino Vomitino-di-5-mesi-fa alleato al terribile Fredericio Goccia-di-Dentifricio (truppe estere, rispettivamente volontari coreani e mercenari cinesi). O la lesta cavalleria di Capello Pazzo che ogni volta che si credeva d'averla catturata, ne spuntava altra da un'altra parte o ti sgusciava tra le dita. Provate, e vedrete come la sorte non è detto v'arrida così smagliante come in tutte le altre volte in cui vi siete scontrate con costoro. Mettetevi davvero in gioco e ben vedremo se anche voi, che tanto lamentate la mia maschia e virile mancanza di igiene credendola una debolezza quando invece, come avete or letto, è forza; saprete uscirne vittoriose e a testa alta!

Ah, la tauromachia!

 

*= discussione ancora in sospeso, che continuera' oggi alle 12 quando arriveranno i dati dall'economato. P.S. discussione rimasta in sospeso, comunque mi sono arrivati i dati e sto iniziando un rendiconto da spedire all'ambasciata a Pechino.
**= approposito, non c'entra nulla, ma sapete che il papie (per dirla alla Dario Fo) e' un certo Benedetto 16, no? Detto anche B16. Pare che ci sia grande aspettativa per il suo successore,
B-17, i profeti narrano che dopo di lui  ci sara' un grosso calo nella chiesa, fino all'arrivo sul trono Vaticano di B-24 che iniziera' una nuova era di splendore che culminera' con B-52, atteso per la lotta finale contro ogni tipo di infedeli, atei, eretici e miscredenti vari. Devo pero' ammettere che questa non e' farina del mio sacco ma di averla spudoratamente presa da quella fonte di ironia e satira che e' nonciclopedia.
***= per non dire che eran più che altro riassumibili in un "ma che cazzo sta facendo quel pirla lì? E soprattutto peeeeeeeeeeeeerchè?"

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giovedì, 08 maggio 2008
Sad but true... and then, just the sound of silence.

Sono tornato dal matrimonio civile di Ulrike e Mongo e ho trovato, miracolo, internet che funzionava. Ho aperto la mail e ho trovato uno scritto di mia madre. L'ho saputo solo ora, solo oggi ho letto di quanto successo nella mia città, a Verona... non riesco a reagire, mi ha colpito tantissimo come notizia e non so nemmeno perchè... non è certo la prima volta che succede in Italia e che io sia nato in una città piena di fascisti dall'apertura mentale e la capacità di dialogo o simpatia pari (anzi, a esser sinceri leggermente inferiori) a quelle di una rana spiaccicata sull'asfalto è una cosa che sapevo già da tempo. Non so perchè mi colpisca così tanto... forse perchè una volta tornato a casa speravo di potermi sentire bene, appunto a casa, e non un "diverso" anche lì.

Porto i capelli lunghi e non fumo, quindi sigarette da offrire non ne ho.

Mi sento veramente lo sconforto nel cuore.

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mercoledì, 07 maggio 2008
Tursun udriin bayar khurgheie!

Detto anche "Tanti auguri a te!" Già, ridendo e scherzando son ormai 27 anni ed un giorno (il mio compleanno è stato il 5 Maggio) che calco questa terra. Son assente da parecchio, è vero, per cui andiamo con ordine...

24 Aprile: Beccato in pieno da una tempesta di sabbia, mondo troll!! Visto che ieri sera internet funzionava, è andata a finire che ho fatto le ore piccole e oggi mi sono svegliato tardi. Sentivo dal letto il rumore del vento contro le finestre ed i muri del palazzo di fronte; mi sono alzato e l’aria tutt’attorno a me era di color marroncino-giallognolo, il Gobi era venuto a farci visita a UB. Non avevo lezione, Giovedì è il mio giorno libero, ma mi ero messo d’accordo incontrarmi a pranzo con l’Anja tedesca all’una e così, notando che la tempesta pareva essersi placata, sono uscito incontro al mio destino. All’andata tutto bene, ho persino trovato un posto dove fanno i doner kebab* ( finalmente); è stato il ritorno, il problema. Il vento è tornato ad alzarsi e per tutto il tragitto sono proseguito chino in avanti con una mano sull’orecchio sinistro, quello dell’otite, per proteggerlo mentre la polvere e la sabbia mi entravano dappertutto… meno male che avevo deciso di fare la doccia al ritorno e non appena svegliato.

Venerdì 18 sono andato a Terelj, probabilmente il più famoso campo turistico della Mongolia, con Anja (che ha organizzato questa spedizione), Patrick, ed un gruppo di gente nuova: Johannes detto Jojò, Norbert, Annusha, una mongola amica di Annusha e Marietta, una sessantenne italo-americana di Filadelfia che è arrivata da poco al dormitorio. L’esperienza è stata completamente differente da quell’altra a Manzushir: la temperatura era molto più alta (pure più alta di questi primiPonte d giorni di maggio) e l’ambiente tutt’attorno era di uno sconfortante color giallo-marrone malgrado la presenza d’un fiume, ma sono assolutamente sicuro che d’estate, quando l’erba e gli alberi sono verdi, la zona dev’essere magnifica, tutt’attorniata da formazioni rocciose e ripide colline. Venerdì sera la luna piena illuminava una stupenda vallata silenziosa ed immersa nell’oscurità, in cui l’unica luce era quella che arrivava dal cielo terso o dagli spiragli delle gher disseminate qua e là. Presi dall’euforia per una serata tanto calma, calda e selvaggia, gli abitanti della tenda maschile sono usciti seminudi, attraversando i prati e la boscaglia fino al fiume, finendo per fare a palle di neve, visto che ancora ne persistevano alcuni mucchi in certi anfratti, e cantando a squarciagola nella libertà completa della campagna notturna; rientrando stanchi e contenti all’accampamento per la guida al guadoaddormentarsi come sassi. Sabato pomeriggio, dopo che aveva piovuto per tutta la mattinata (facendo scomparire la neve, ma non i lastroni di ghiaccio nel fiume ed infradiciando la gher delle 4 donne che avevano scelto quella più decorata e con il lavandino, lasciando a noi quella più spoglia e povera che però, al contrario della loro, non aveva infiltrazioni d’acqua, tiè), abbiamo fatto un giro di un’ora a cavallo (selle imbottite per turisti, non quelle di legno mongole), guadando due volte il fiume e permettendoci il lusso di far procedere più velocemente del solito passo da turista i nostri ronzini. Era da parecchio tempo che non salivo a cavallo e tutto sommato ero quello che se la cavava meglio, escludendo le due guide che ci seguivano ovviamente, lanciando Ronzinante (li chiamo sempre così i cavalli, quando ne ho qualcuno sottomano) al trotto edGuado2 al galoppo attraverso il paesaggio brullo e piatto. Figure da gran cavallerizzo, onori e rispetto dal popolo che s’arrangiava a maneggiare i loro destrieri in modo da non cadere, foto equestri e deviazioni di rotta per inseguire alcune capre che scappavano spaventate dal mio rumoroso arrivo mentre mi improvvisavo pastore. Risultato di cotanta baldanza? Due giorni con le chiappe doloranti e vescichette fastidiose per una settimana  Alcune ore dopo, non sapendo che fare, ci siamo messi a percorrere la riva del fiume. Sono rimasto sinceramente col cuore allargato, per me è stata la prima volta che camminavo sul un fiume senza argini**, senza il lavoro dell’uomo che ne costringesse il percorso o ne ripulisse le rive da alberi, isolotti e similaria. La boscaglia, popolata Scorcio a Tereljda bestie lasciate libere al pascolo, arriva fino al limitare del fiume, piatto, largo, che si dirige con ampie spire attraverso la steppa, se non sai che è lì, potresti ritrovartelo davanti al naso d’improvviso e caderci dentro, nulla fa presagire che vi sia un corso d’acqua, tra i flutti e il terreno della sponda destra v’è un dislivello d’appena 20 cm (circa 60cm tra il letto sassoso del fiume ed il terreno della sponda sinistra) e quando questi s’ingrossano, semplicemente vanno a coprire tutto il letto, che sarà largo circa 15 metri o qualcosa in più. L’ambiente è semplice e stupendo, con degli scorci magnifici di alberi crollati, acqua gelata, tappeti di foglie morte e qualche mucca che pascola. Appunto per riprender uno di questi scorci, sono saltato dalla riva su un isolotto poco distante, bagnandomi le scarpe e il risvolto dei jeans. Una volta fatta la foto, c’è il problema di tornare indietro: non ho abbastanza spazio per la rincorsa e la sponda da cui sono saltato prima è più alta dell’isoletta a cui sono arrivato, se cado l’acqua mi arriva fino al ginocchio minimo, non solo i piedi. Mi guardo attorno e improvvisandomi ingegnere pontile raccatto alcuni esili tronchi e collego le due rive tra le risatine del resto del gruppo che stava a guardare e mi aiutava a fissare le estremità sulla loro sponda. Con un pelo di incertezza intraprendo la traversata e nel mezzo, quando i tronchi iniziano a farsi più flessibili e meno resistenti, mentre provo a spiccare un salto per portarmi sull’altra sponda, perdo l’equilibrio e cado nel fiume, finendo disteso ad un passoFotogruppo1 dalla riva ed evitando di bagnarmi la testa nell’acqua gelida atterrando sulle mani che affondano nel terriccio morbido (Qua a destra, la foto per la quale son caduto tra i flutti. Da sinistra a destra: Anja, Norbert, Marietta, Patrick e Jojo). Ormai fradicio si decide il rientro ed invece di seguire la riva mi dirigo dritto come un fuso verso le gher attraversando il letto del fiume e riaccendendo la stufa nella tenda per appendere poi i vestiti ad asciugare.

Venerdì 25 è stato l’ultimo giorno di lezione, celebrato con un pranzo in classe, e dal 28 sono iniziati gli esami di fine semestre (28/4 conversazione, orale; 29/4 traduzione simultanea, scritto; 30/4 comparazione linguistica, orale; 2/5 geografia, orale; 5/5 storia e letteratura per due studenti bocciati nell’altro semestre; 7/5 scrittura, scritto; 9/5 stilistica, scritto; 12/5 lessico, scritto). Dal 22/5 inizieranno gli esami di fine università*** che finiranno il 6/6 con l’esame di traduzione e  culmineranno nella cerimonia di consegna delle lauree che dovrebbe avvenire il 18/6, anche se la data non è ancora certa.

Il 4 Maggio ha nevicato. La neve non è durata nemmeno una giornata, ma... cavolo, il 4 maggio ha nevicato, e stamattina pure, anche se è scomparsa subito. Sta facendo decisamente più fresco del soggiorno a Terelj, ma la cosa non mi ha impedito di festeggiare il mio compleanno. Il 7 è il compleanno di Attila, l'ungherese, per cui il prossimo finesettimana faremo una festa in comune, ma ieri sono stato contattato dai miei studenti e mi son trovato con loro alle 17 davanti all'università. Mi han portato in un ristorante cinese dove mi hanno fatto una festa a sorpresa e un regalo graditissimo: la sciarpa in seta gialla che viene donata come segno di stima ai professori ed una coppa di rame in cui bere e mangiare con punzonata una dedica. Ero sinceramente tra il commosso e l'imbarazzato, siamo poi andati a finire in un karaoke per qualche ora e alla sera, trovatomi con Ulrike, il suo fidanzato Mongo****, Attila, Ariel ed Anja, siamo andati all' Hollywood, una specie di discoteca vicinissima al dormitorio, fino a notte inoltrata. 

*= da non confondersi con i locali kebab o kimbab, che sono una specie di sushi coreano con carne invece che pesce.

**= anche la sponda destra dell’Adige di fronte a Parona o di altri fiumi che ho visto non rendono l’idea, nel primo caso ci sono i campi a due passi con la strada asfaltata e tutto il resto, negli altri casi sono frequentemente rapidi e ripidi corsi di montagna senza la calma placida della pianura e che hanno comunque un letto piuttosto netto e non come qua.

***= in mongolia, nel dipartimento di lingue, non c’è l’obbligo una tesi da discutere ma degli esami finali da fare in cui si deve dimostrare la conoscenza della lingua e delle leggi che la regolano. Preparare una tesi con un professore può evitarti di dover fare gli esami orali (“può” perché, se la fai male o non la sai, quando gli altri prof. la leggono e ti interrogano, possono decidere di farti fare ugualmente gli esami orali), ma quello di traduzione del 6/6 te lo becchi comunque.

****= fidanzato ancora per poco, visto che l'8 Maggio si sposeranno e io sono stato prescelto come testimone per cause di forza maggiore: Ulrike non ha nessuno qua a UB visto che i parenti son lontani, i polacchi sono per 3 settimane in Cina e Jargal è tornata in Germania da un mese circa. Cerimonia civile (non esiste una cerimonia religiosa di matrimonio in Mongolia) presso l'apposito ufficio del comune e poi a mangiucchiare qualcosa; figo, è la prima volta che faccio da testimone a delle nozze.

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mercoledì, 16 aprile 2008
E riu della terra a du nce sempre lu sule[...] E’ la terra toa, amala e difendila! De cine? De ci ole cu specula e corrompe[..

In questi giorni sono a casa con l’otite. Me la son presa sabato mattina, appena svegliato ho sentito un dolore forte all’orecchio sinistro e fastidio nel muovere la mascella; poi da lunedì è diventata anche un po’ labirintite visto che ogni tanto mi sento di perdere l’equilibrio. Sono stato a casa dal lavoro per due giorni, ma mercoledì mattina riprenderò le lezioni, mi sento molto meglio e non posso lasciare quei disgraziati da soli troppo a lungo o chissà cosa combinano. Nel frattempo ho avuto modo di vivere a stretto contatto con la mia polverosissima e lurida stanzetta ingombra di cose e oggetti ovunque; dai 4 cappelli sulla mia scrivania assieme ai libri di letteratura italiana e a mille carte, ai vestiti sporchi buttati in un angolo in attesa di un lavaggio che chissà quando arriverà (oggi è giorno di lavatrice, aspetto che me li riportino, ma i maglioni da fare a mano sono lì che aspettano da un bel po’ in effetti), ai sacchetti, vuoti o pieni che siano, sparsi un po’ qua ed un po’ là come spettatori alla lotta delle tigri di polvere* che si azzannano sul tappeto centrale ai piedi del letto sfatto. Ma non sono messo poi tanto male dai, le stanze di Patrick e di Attila erano messe molto peggio l’ultima volta che le ho viste.

Ieri sera sono andato con l’Anja tedesca** a trovare Amelie, che da lunedì ha deciso di spostarsi dal dormitorio in una casa in affitto. Ci siamo trovati fuori dal dormitorio e siamo andati a casa sua. C’ero già stato un’altra volta, quando ancora lei non ci abitava, per una festa d’addio e così come allora la luce sulle scale non funziona. Amelie, da brava fumatrice, aveva con se l’accendino e ci ha fatto luce, ma non con la fiamma. Vendono da queste parti degli accendini che da una parte fanno la fiammella e dalla parte opposta hanno una lucetta, in genere azzurra, che si usa a mo’ di mini torcia. L’accendino presumo duri un po’ di meno, ma in una UB dagli improvvisi cali di elettricità e dalle ampie zone senza lampioni, può essere una cosa utile da avere addosso. Mentre salivamo le scale (lei abita al IV piano… cioè, quello che noi chiamiamo III, in Mongolia chiamano I piano il piano terra, II piano quello che per noi è il I piano e via dicendo) ed eravamo quasi arrivati alla sua porta di casa, ci dice con tono normalissimo di stare attenti alla piazzola e io intravedo qualcosa che puzza di alcool muoversi nelle ombre. Non ricordo il nome, ma praticamente ogni notte uno dei tanti poveri di questa città viene con dei cartoni a dormire nel giroscala del palazzo di Amelie. Non da’ fastidio alcuno, solo bisogna starci attenti a non inciamparci al buio e ti tira dietro quattro parole in mongolo quando te ne vai di notte e, volente o nolente, lo svegli.

Ho completato il mio abbigliamento da lottatore mongolo: al prezzo di 117.000 tugrug (poco meno di 70 euro) mi sono stati fatti in 3 giorni degli stivali da lottatore su misura. Visto che era impossibile trovarne di adatti al mio piedone, lunedì 7 la commessa mi ha fatto poggiare la pianta su un foglio di giornale e con una penna ne ha preso forma e dimensione e poi con un metro m’ha misurato il giropolpaccio (ho 47cm di giropolpaccio, casomai interessasse a qualcuno) e mi ha detto di lasciare un acconto e ripassare giovedì. Non avendo liquidi con me visto che sapevo già che non ne avrei trovati della mia misura, l’acconto gliel’ho portato mercoledì pomeriggio e giovedì mattina, come da parola data, lo stivale era pronto. Vero cuoio scuro di mucca, bordature marroncino chiaro di cuoio di pecora, cuciture versi di cuoio di capra, suola in gomma con punta all’insù e cinghie per il combattimento in cuoio di cavallo avvolte in stoffa rossa. Non hanno ricamature o abbellimenti vari, sono semplici e funzionali, resistenti (spero) e con un loro fascino rustico; personalmente li indosserei ogni giorno, ma almeno finché resterò qua in Mongolia sono riservati solo alla lotta ed agli allenamenti. Per via dell’otite non li ho potuti ancora usare, ma conto di battezzarli lunedì prossimo.
Piccola chicca che devo assolutamente scrivere, successa durante la lezione. Stavamo (stavano) facendo traduzione dal mongolo all'italiano della "Storia Segreta dei Mognoli" quando noto un po' d'agitazione nelle seconde file di banchi. Yesulen ha mal di gola e deve prendere la medicina. Inarco un sopracciglio vagamente perplesso e incrocio le braccia al petto osservando Munkhzul creare una specie di cerbottana arrotolando un foglio e poi caricarlo con della polverina bianca proveniente da una delle pillole per il mal di gola. Senza staccare lo sguardo dalla scena mi rivolgo a Bat-Uchral, chiedendoli perchè mai abbiano aperto la pillola per il mal di gola invece di ingoiarla con un po' d'acqua come mi parrebbe ovvio fare. La risposta mi giunge con un leggero tono di ovvietà "Perchè se ingoia la pillola, quella scende nello stomaco, mentre lei ha mal di gola". Non faccio in tempo a rispondere che vedo Munkhzul portare la cerbottana alle labbra ed avvicinarne un'estremità alla bocca spalancata di Yesulen, che tiene un fazzolettino sotto il mento, prendere approssimativamente la mira verso la gola di questa e poi soffiare nel tubo. Ho dovuto lottare per non scoppiargli a ridere in faccia mentre una nube biancastra avvolgeva la scena e Yesulen tossiva come una disperata tra i commenti dei compagni di classe del tipo "Munkhzul, hai sbagliato mira", "Yesulen, ti sei mossa" e Och costruiva, sempre con un foglio di carta, un imbuto con cui poi hanno nuovamente provato a far scendere direttamente la medicina sul punto di fastidio mentre le malata stava a bocca spalancata verso l'alto come un uccellino nel nido. Ho provato a dire che forse dovrebbe solamente ingoiare la pillola; ma alle prime risposte negative ho desistito, mi sembravano talmente seri e presi che temevo di passare per "l'occidentale che arriva qua e pensa di sapere le cose meglio di noi, che le facciamo da sempre, solo perchè ha studiato in europa/america e ci tratta da poveri stupidi indigeni"...
Ho deciso, infine, cosa faro' della mia vita... o almeno, cosa provero' a fare della mia vita. Non rimarro' in Mongolia un altro anno, gli studenti che inizieranno l'anno prossimo la classe di italiano sara' gente nuova, che non parla mezza parola della nostra lingua e che avra' bisogno di chi conosca la grammatica e gliela sappia spiegare; non e' il mio caso. Finche' si tratta di fare il lettore di italiano e di ampliare insegnando storia, letteratura, geografia, etc. va bene, so come muovermi, ma insegnare la grammatica, proprio io che non l'ho mai saputa, non mi sembra il caso... Non andro' neppure in Polonia, l'universita' Jaghelloni di Cracovia e' un'universita' seria, che per scegliere i lettori di italiano fa un concorso pubblico e comunque per ora non ne ha bisogno. No, tornero' in Italia, ho gia' il biglietto per rientrare il 15 Luglio, e provero' ad iscrivermi alla SSIS per diventare professore di storia e filosofia. La SSIS e' a numero chiuso e, soprattutto, pare ci siano stati dei grossi problemi e che forse non sia proprio una grande pensata, ma per ora, dalle informazioni che posso avere da qua, resta la scelta piu' auspicabile per la strada che ho scelto. In alternativa, so di un corso presso la scuola per stranieri di Siena che mi permetterebbe di ricevere un attestato come insegnante e/o lettore di italiano per stranieri, cosa che non mi spiacerebbe fare, visto che non disdegno di viaggiare all'estero, ma questa e' in caso una seconda possibilita'. L'altra grande novita' e' che mi e' stata sventolata sotto il naso la possibilita' di fare un dottorato di ricerca in geopolitica, senza borsa di studio, cosa che non nego mi alletti parecchio, anche perche' sarebbe compatibile con la SSIS in quando non necessiterebbe di frequenza obbligatoria... vedremo.
Per ora, e' certo che tornero' in Italia... e che mi manchera' la Mongolia.

*= c’ho le tigri di polvere io, mica semplici gatte, dovreste vedere come saltano nei cerchi di fuoco...

**= per distinguerle le chiamiamo Ranja e Gianja, contrazioni di Russian Anja e German Anja.
***= ragazza normanna che insegna francese all’università ed all’Alliance Frances locale, una specie di “Fondazione Dante Alighieri” gallica; malgrado le origini d’oltralpe è una alla mano e amichevole, senza la puzza sotto il naso, fidatevi u.u

Postato da: Baraksch a 03:42 | link | commenti (7)

martedì, 01 aprile 2008
Uruuliigh achilj uuriighoo omartakh / Ur nimghen minii naiz aa

Nevica. Ma non neve mongola, no, non la piccola neve semighiacciata portata dal vento sferzante, ma tanti leggeri fiocchi di neve come quelli di casa nostra, che qua si sciolgono in un batter d’occhio non appena la nevicata cala d’intensità. Per i mongoli è una neve strana, è una neve calma, almeno qua a UB. Alcuni aimag* attorno al Gobi han dichiarato una sorta di stato di calamità naturale, visto che ne son caduti alcuni metri e ci sono notevoli disagi. Ma qua è placida. Ora come ora (Lunedì alle 22:55) sono in camera mia ad ascoltare musica tradizionale Calmuca** passatami da Attila*** l’ungherese, dovrei lavorare per la lezione di domani e altre cose affidatemi dall’ambasciata, ma internet non funziona e senza quello combino gran poco, quindi scrivo per aggiornare il mio blog.

Domenica di Pasqua passata assieme ad un gruppo di italiani del posto, ci siamo ritrovati per pranzo a casa di David, un biellese che s’è messo a produrre mozzarelle e cerca di creare un’azienda alimentare e di servizio ed appoggio per ristoranti, e abbiam mangiato fino a scoppiare. Con me c’erano Matteo ed Elisa, due ragazzi dell’università di Torino arrivati qua da tre settimane per lavorare alla loro tesi di antropologia sul fenomeno della sedentarizzazione dei nomadi, poi un certo Riccardo, interista sfegatato che lavora per un’industria di kashmere, Patricia, un’istruita franco-italiana che parla anche cinese, mongolo, inglese e non so che altro e che è qua da molti anni, e un secondo Riccardo, pensionato milanese appassionato di cucina che è qua per vacanza. Giornata tranquilla, finita poi all’ Ikh mongol ad ascoltare gli Altan Urag con quelli del dormitorio ed a bere birra non filtrata. Per pasquetta di nuovo al lavoro visto che qua ovviamente nemmeno sanno che roba sia e l’unica cosa che me l’ha ricordata sono state le telefonate ai parenti e, una volta rientrato al dormitorio, Agnieszka che mi ha fatto vedere le uova dipinte per l’occasione dai suoi studenti.

Mercoledì scorso ho iniziato lotta mongola. Mi hanno fatto male le gambe per quattro giorni, ma non vedo l’ora di ritornarci. Ogni Lunedì, Mercoledì e Venerdì dalle 17:30 alle 20 circa, nello stesso posto dove facevo Tae-kwon-do, assieme ad una trentina di mongoli massicci mi metterò a correre, imparare le prese e sudare come una fontana tra la lotta e un riscaldamento tipo marines con il maestro (un bestione di poco meno di due metri largo una volta e mezzo me, sui 50 anni) che ci urla contro di continuo. E’ bello sapere che esiste al mondo qualcuno capace di alzarmi senza problemi, e non sto parlando del maestro ma di un panzuto mongolo di 170cm scarsi che per insegnarmi le prese mi ha sollevato come fossi paglia. Devo però dire con una punta d’orgoglio che prima che ci riuscisse ha dovuto dannarsi un po’, visto che quantomeno nella difesa e nel mantenere l’equilibrio non me la cavo male, tanto che alcuni dei mongoli che si godevano lo spettacolo mi sa che l’hanno un po’ sfottuto per dover far tanta fatica contro un pivellino. Al termine dell’allenamento son andato via sulle mie gambe sostenuto più dalla volontà di non farmi vedere barcollare che da altro, visto che le sentivo tremolare ad ogni maldestro passo che compivo. Il giorno dopo mi sono alzato senza problemi e sono stato senza problema alcuno per tutta la mattinata ed il pomeriggio, i dolori hanno iniziato ad arrivare a sera e poi si sono protratti fino a ieri mentre ero in campagna.

Infatti, Venerdì alle 15:30 ci siam trovati fuori dall’università io, i miei studenti Bilguun e Monkhzul,A&M Elisa, Matteo e la nuova lettrice di tedesco, Anja, che vive nel mio dormitorio. Assieme siamo andati, in 7 contando l’autista, ben pressati in un’auto fino a Bornuur (letteralmente “lago marrone”), a circa un’ora e mezza ad ovest di UB, dove vivono dei parenti di Monkhzul, che ci hanno ospitati nella loro gher per tutto il weekend. Bornuur è un ampio paesetto di non so quante migliaia di persone con il centro in stile sovietico di edifici più o meno apparentemente fatiscenti e costellato tutt’attorno di gher e qualche casa in legno. Qui sono quasi tutti pastori, pecore, capre, vacche e cavalli sono ovunque per le strade o nella campagna circostante, riempiendo la terra e le vie di escrementi, tanto che è impossibile non calpestarli, venendo controllati, quando lo sono, da uomini o bambini seduti su piccoli cavalli dal pelo fitto. I parenti di Monkhzul sono una coppia di 35 lei e 38 lui con una figlia di 13 anni che studia a UB e due figli di 11 e 9 anni che abitano nella gher e che quando non studiano aiutano il padre nel badare ai loro 2 cani, 5 cavalli ed alle 3 Parenti Munkhzulmucche, 1 toro e 2 vitellini più un terzo in arrivo tra poco. Queste nuove nascite credo siano una manna dal cielo per loro, a quanto ho capito hanno avuto una serie di problemi finanziari visto che hanno perso tutte le pecore che avevano e hanno campato per un bel po’ con solo 2 mucche. La gher era ben messa: oltre ai soliti tappeti appesi alle pareti, ai due letti (uno per i genitori e uno per i figli), all’altare per gli antenati con l’immagine di Gengis khan su un panno di feltro, ad alcuni cassettoni, ad una credenza e alla stufa al centro, avevano una lavatrice, un televisore sempre acceso e un lettore DVD piuttosto malmesso. Abbiamo dormito nei sacchi a pelo, stesi tutti in riga per terra malgrado le insistenze dei due genitori che volevano dormire con i due figli in un letto e lasciare l’altro per un paio di noi.

Il primo giorno tutto era bianco. Il vento soffiava con forza ed ha nevicato in continuazione fino a notte inoltrata, solo nel primo pomeriggio di Sabato ha iniziato a scemare per poi smettere e lasciarci una serata dal magnifico cielo limpido e stellato ed una Domenica soleggiata. Dopo l’arrivo il Venerdì verso le 18 la prima cosa è stata mangiare: buuz (involtini di carne cotti al vapore) sfornati uno dietro l’altro dalla pentola in cui venivano cotti, noi a mangiare in un angolo e loro a guardarci seduti su un letto dicendoci che avevano già mangiato prima e che non avevano fame. Forse era vero, lì si alzano alle 6 di mattina per badare alle bestie e fanno colazione, pranzano verso le 11 o le 12 e cenano verso le 17; ma il dubbio che non lo fosse persiste nella mia testa, l’ospitalità è sacra nella campagna mongola ed all’ospite bisogna riservare il meglio, anche a discapito di ciò che si ha. Comunque i giorni successivi hanno sempre mangiato, anche se molto poco rispetto a quanto ingurgitavamo noi europei**** assieme a Bilguun e Monkhzul, mongoli di città. Dopo aver cenato siamo passati ai regali. Prima di partire da UB è stata fatta una spesa di 50.000 tugrug in vari generi alimentari per non pesare troppo sulla loro ospitalità, ed al solito i doni principali sono consistiti in caramelle e dolciumi per i bambini e in una bottiglia di buon arkh (vodka) per il capofamiglia. La bottiglia è stata aperta subito e, così come per la serata successiva, ci si è messi a bere vodka e birra attorno al tavolino alla maniera mongola***** mentre si giocava a carte, ad una versione locale della dama o ad alcuni giochi mongoli in cui si usano le ossa delle caviglie delle pecore. Sempre, sempre, sempre bolliva o era pronto da bere del sutezee (tè al latte), tanto che il pranzo di Domenica è stato banshtezee, cioè dei piccoli buuz bolliti nel sutezee a cui era stato aggiunto del riso e della carne per insaporirlo. Sabato mattina siamo andati tra mille problemi per via della strada ghiacciata e del vecchissimo furgoncino a trazione posteriore con le ruote più lisce della coda d’un castoro, in un paese a 30km da Bornuur dove c’era una gara di cavalli. I fantini sono tutti bambini, credo che il più vecchio avrà avuto 11 anni (quello nella nostra gher aveva vinto 3 medaglie di bronzo e una d’oro, maL non partecipava a questa gara, quello di 9 anni doveva ancora iniziare a correre), che hanno cavalcato per un ora e qualcosa nella neve, sferzati dal vento inclemente e sballonzolati dai cavalli al galoppo. Più d’uno all’arrivo pareva più di là che di qua. La partecipazione costava 3000 tugrug e il vincitore riceveva in premio 50.000 tugrug, una cifra non da scartare, qua in Mongolia. Rientrati al pomeriggio abbiamo esplorato i dintorni del paese, scoprendo un fiume serpeggiare nella steppa, nascosto nel suo letto che ha scavato nel corso dei secoli e che non lo mostra se non da vicino, visto che da lontano pare tutta una pianura continua. Lo abbiamo guadato e siamo saliti all’ovoo che domina la vallata e che mostra quello che sarebbe il lago: un’ampio bacino idrico che almeno per ora è ricoperto solo da fango, da cui presumo derivi il fatto che lo chiamano marrone. Domenica abbiamo fatto un ampio giro nei dintorni alternandoci sul cavallo dei nostri ospiti e su un altro che gli era stato prestato da un amico. Le selle mongole sono di legno, dure e dalle staffe corte, hanno un rialzamento ligneo sia sul dietro che davanti e comunque ti ci metti, ti ci fai del male; infatti i mongoli, quando i cavalli galoppano, sono sempre in piedi sulle staffe e mai seduti. Dopo essere rientrati (ed essermi sfasciato il ginocchio destro contro un'asse dello steccato perchè non son riuscito a frenare o far deviare il cavallo... cioè, più che altro ho divelto l'asse, io non mi son fatto proprio niente) abbiamo pranzato alle 12, abbiamo donato frutta e verdura assieme ad alcuni pacchi di patatine e dolciumi alla famiglia mongola, abbiamo fatto un paio di foto assieme davanti alla gher e alle 13, puntualissima******, è arrivata la nostra autista e siamo saliti nuovamente tutti quanti in una macchinetta che in Italia ti costringerebbero a sfasciarla a forza e che a vedere quanta gente ci sta dentro ti ritirerebbero la patente a vita, arrivando sani (?) e salvi (!) fino a UB e alle sue comodità di cui ho già narrato, prima tra tutte: il bagno, e non le latrine con stalagmiti di sterco sotto traballanti assi che speri non si rompano.

Con questo poetico finale, finora mai avveratosi, vi saluto e vi auguro buonanotte che son arrivate le 1:55 e domani, anzi oggi, c'ho lezione. 

Bairtee! (Arrivederci) 

 

*= ha la stessa valenza delle regioni italiane.

**= popolazione stanziata grossomodo nel nord del Caucaso, in territorio russo, discendenti dei mongoli dell’Orda d’Oro, di etnia turco-mongola e lingua, a quanto pare, affine al mongolo.

***= Attila, quello unno e non quello diegoabatantuonesco, è una figura disputata da mongoli e ungheresi. Gli unni erano originariamente una tribù turco-mongola dell’Asia centro-orientale che si espanse verso occidente e passò ad inglobare altre tribù ed altre etnie, creando diversi regni che, anche se di nome erano unni, di fatto erano abitati solo da una minoranza unna che ne era a capo, ed a volte nemmeno quella. Sulla base di ciò e di tradizioni loro, gli ungheresi considerano Attila come un loro antenato (i magiari che arrivarono in Europa nel X secolo erano dei pastori nomadi provenienti dall’area attorno agli Urali settentrionali) e i mongoli anche, visto che gli unni sono visti come dei proto-mongoli.

****= mi è venuto quindi in mente, osservandoli, una cosa che avevo riportato nella mia tesi sull’ Orda d’Oro che copio para para: Guglielmo di Rubruck, Viaggio nell’impero dei mongoli, 1253-1255, a cura di Claude e René Kappler, Roma 1987, pp. 26-27: «Quello mongolo è un popolo austero, tenace e disciplinato, che segue una regola di vita ferrea impostagli dalla durezza delle condizioni di vita e da capi formati, secondo il metodo dei discendenti di Gengis Khan, senza concessioni e senza pietà, per essere dei conquistatori, per formare un impero e per conservarlo. Alla fine del diario è impressionante questa frase rivolta al re [ p. 238]: “Ti posso assicurare che se i tuoi contadini – senza parlare di re e cavalieri – volessero procedere come i re tartari e contentarsi dello stesso cibo, potrebbero conquistare il mondo intero”. Questo confronto tra i cittadini europei, che a quell’epoca si nutrivano già meglio dei principi tartari […] e i sovrani conquistatori d’Asia centrale è piuttosto tagliente: è un giudizio severo sulle élites guerriere della cristianità, che sembravano quasi rammollite e fragili».

*****= una persona versa da bere in un bicchiere e l’offre capofamiglia o alla persona alla propria sinistra se non c’è qualcuno gerarchicamente più importante. Poi, sempre dallo stesso bicchiere e sempre aggiungendo un po’ di vodka se qualcuno non la beve tutta, la offre a tutti quanti in senso orario, uno per volta. Nessuno può porgere o prendere la vodka (rifiutarla è impossibile) con le maniche tirate su, è considerato come un insulto, e si passa, e si prende, sempre il bicchiere con la mano destra mentre la sinistra è appoggiata alla base del gomito, come a sostenerla. Chi serve la vodka non può versarsela da solo, ma dev’esserci uno del gruppo che, finito il giro, gliela serve e gliela offre.

******= in città sono tutti, sempre, cronicamente in ritardo per qualsivoglia motivo... in campagna spaccano il secondo.

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giovedì, 20 marzo 2008
I can't believe the news today. Oh, i can't close my eyes and make it go away. How long must we sing this song?

Finora non c’è stato molto da dire, dopo il mio ritorno dalla Cina tutto è tornato a trascorrere nel solito modo, solita routine quotidiana di università, lezioni, preparazione delle lezioni e similaria, ma nell'ultima settimana sono accaduti degli eventi degni di nota.

E’ successo che è esplosa una parte d’un’industria elettrica. Ci sono quattro industrie che danno elettricità a Ulaanbaatar e in una di queste è successo qualche casino nella notte tra domenica e lunedì e qualche settore ha fatto un gran botto. Non ci sono morti o altro, almeno secondo le notizie ufficiali, ma alcune voci dicono che per almeno un mese o due mancherà la corrente a fasi alterne nei vari quartieri. Quindi se io ora posso scrivere al PC e qua c’è elettricità, significa che da qualche altra parte sono al buio, ma tanto prima o poi toccherà pure qua*. A cio' aggiungete che per tutto lunedì è mancata totalmente l’acqua nel dormitorio, ma questo è stato un problema momentaneo interno del nostro fantastico edificio, con nulla a che vedere col resto della città. Invece è probabilmente collegato alla mancanza d’elettricità l’assenza di linea telefonica durata per tutto lunedì 17 mentre io aspettavo invano e piuttosto scocciato di poter chiamare parenti&affini nella madrepatria. Nella serata di martedì è iniziato a gironzolare per il nostro piano un ragazzo sospetto, che si è poi scoperto essere il tecnico di internet. E’ passato per le varie camere a cambiare gli IP per non so quale motivo, e ovviamente ha saltato la mia. Ergo ora non posso nemmeno connettermi in internet dallo studentato finché quel beota non verrà a cambiare anche il mio IP, il che significa minimo minimo la settimana prossima, ma solo se la buona sorte m’arride. 

La primavera è arrivata. Non che non ci sia sempre un vento tagliente che ti ghiaccia le orecchie la sera e ti tiene bello sveglio di giorno. Non che non nevichi più, anzi. Non che non vi sia bisogno d'andare sempre in giro col cappottane. Non che non faccia freddo. Ma siamo attorno ai -4 di notte e +6 di giorno, il sole splende con più calore, le giornate sono più lunghe e iniziano ad esserci le prime tempeste di sabbia nella città. Mi sembra di averne già parlato, ma lo rifaccio senza problemi: la primavera a Ulaanbaatar significa che le temperature si alzano, la terra scongela e il vento inizia a soffiare La chiamano terra, ma più che terra è polvere e sabbia tenuta compatta dal ghiaccio e dalla neve, che una volta sciolti le lasciano libere di venir sollevate in grossi nuvoloni asfissianti portati qua e là dal feroce vento delle steppe.

L’ambasciata di Pechino mi ha incaricato, assieme al dipartimento di lingue e culture straniere del MUIS, di fare il giro di alcune scuole superiori per pubblicizzare il corso di italiano che inizierà l’anno prossimo. Dopo alcuni rallentamenti burocratici ho preso contatto con le scuole superiori da cui vengono i miei studenti e assieme a due di questi, Bilguun e Iesulen che mi fanno da interpreti, vado a spiegare il rinnovato interesse dell’Italia verso la Mongolia, lo sviluppo degli investimenti italiani sul territorio mongolo, le spedizioni culturali e scientifiche, l’implemento delle società mongolo-italiane e del turismo proveniente dal nostro paese e di come tutte queste nuove realtà economiche e sociali necessitino di gente capace e istruita nella lingua e nella cultura d’entrambi i paesi, conoscenza e istruzione che viene offerta una volta ogni quattro anni dal MUIS a chi vi si voglia iscrivere. L’importante è che queste iscrizioni siano in numero sufficiente da far partire il corso, altrimenti si avrebbe l’interruzione della cattedra di italiano a Ulaanbaatar, cioe' proprio della cosa che dovrebbe creare la base per l’approfondimento dei rapporti italo-mongoli. Ieri ho avuto un interessante dialogo con Bilguun mentre tornavamo verso l’università dopo aver preso accordi con la sua vecchia scuola superiore per andare oggi a fare questa “propaganda”. Mi ha raccontato delle elementari, medie e superiori in quel quartiere e del normale fenomeno del bullismo, stupendosi del fatto che io non abbia mai picchiato nessuno e che non sia mai stato picchiato in vita mia. Picchiato veramente intendo**. Un mongolo che non abbia mai picchiato nessuno è un debole e non farà mai carriera ne’ avrà il rispetto degli altri. Me ne parlava come fosse la cosa più normale del mondo, sorridendo almeno col viso di come anche suo padre lo picchiasse quand’era piccolo e combinava qualcosa, o quando era ubriaco, e di come quello sia un metodo rigido e giusto per far crescere i bambini e insegnargli l’educazione. Me ne parlava con l'orgoglio di essere mongolo, di essere ancora un popolo stretto alla propria terra, un popolo di gente forte, orgogliosa, resistente, tenace, che non si piega. Ma a guardarmi in giro per le vie di UB non mi pare abbia funzionato molto come metodo d'educazione, anche se concordo che quando una sberla ci vuole, ci vuole.

Il Tae-kwon-do non sta progredendo per nulla. Abbiamo fatto appena qualche lezione e poi non si e' saputo piu' nulla, non ci si e' piu' trovati. Poi ho fatto lo sbaglio di esprimere a voce alta il mio interesse per la lotta mongola e Bilguun s'e' subito dato da fare e mi ha trovato una scuola di lotta, due/tre ore ogni giorno da lunedi' a venerdi' a circa venti minuti di bus dall'universita', con un prezzo di favore perche' lui e' il fratello dell'amico del conoscente del cugino del cognato del ecc. ecc. Quindi, assieme al mio studente iniziero' questo lunedi' le due settimane di prova aggratis per poi fare regolare iscrizione e quant'altro. Per fare questo tipo di lotta c'e' bisogno degli abiti adatti: una mutanda tipo superman e un copribraccia che lascia ben scoperta panza e petto. Costo totale di queste cose fatte rigorasamente a mano: 28.000 tugrug, cioe' circa 15 euro. Ora mi mancano gli stivali, il cui prezzo pero' sale a circa 80.000 tugrug, cioe' circa 45 euro, teoricamente di buon cuoio e rinforzati apposta per la lotta; ma dopo aver comprato le altre cose son rimasto completamente al verde e solo il 23 tornera' un po' di liquidita' dall'universita'. Ancora nessuna nuova dei fondi stanziati dall'ambasciata. Vi sapro' dire che succedera'.

Gli spiriti sono ancora forti in questi posti. E a loro non piacciono gli stranieri che hanno distrutto il mondo degli spiriti nelle loro terre e che ora vengono qua a cercare di distruggerli e scacciarli. Così dicono gli sciamani animisti, così dicono i lama buddisti, mentre i medici di matrice moderna dicono che è colpa dell’altitudine, rarefazione dell’aria, inquinamento e quant’altro. Sta di fatto che ogni straniero presente al dormitorio ha visto incrementarsi i propri malanni. Malattie, acciacchi e dolori già presenti si sono aggravati, altri sono comparsi***; gli spiriti non amano gli intrusi sulle loro montagne e nell’ampia steppa dove il vento soffia e ne è unico vero padrone. Soffia. Soffia e porta con se urla e grida di secoli di lotte tribali che lasciano solo le ossa ad imbiancare il terreno, nascite e morti sotto l’eterno Tenger, silenti lupi in caccia e violenti pastori orgogliosi d’essere i discendenti dei conquistatori del mondo, immensi paesaggi piatti sconvolti da furbonde tempeste di ghiaccio e neve che durano giorni interi, sciamani in estasi raccolti attorno agli ovoo, ripide colline con radi e scheletrici alberi che lottano per riuscire a vivere, candide gher che puntellano la pianura in cui si fa una vita massacrante che fa sembrare trentenne abbondante un ragazzo di appena 23 anni maledetto dagli spiriti con una grande voglia su tutto il volto sinistro che è arrivato a Ulaanbaatar sperando in un lavoro e in una vita migliore, non trovando ne’ l’uno ne’ l’altra.

Anche questa è Mongolia. E credeteci o no, non mi dispiace stare qua.

 

*= questo lo scrivevo ieri verso le 19, poi dalle 20 all'1 di notte e', appunto, mancata la corrente elettrica con conseguente lento raffreddamento dei termosifoni. 

**= o quantomeno non me lo ricordo.

***= sara' che sto simpatico agli spiriti, non so, ma fisicamente qua pare che io stia benissimo, l'unico inconveniente e' stato all'inizio con quelle lastre toraciche e l'alluce del piede destro che una volta atterrato in Mongolia e' rimasto di color bianco cadavere per una settimana o due, insensibile a stimoli esterni anche se si piegava e rispondeva a ogni comando.

Postato da: Baraksch a 15:58 | link | commenti (10)

venerdì, 15 febbraio 2008
Kano, Jonny Cage, Rayden, Liu Kang, Scorpion, Sub-Zero, Sonya... MORTAL COMBAAAAAAAAAAAAT!!!

30 ore di viaggio attraverso il completo nulla della steppa mongola, attraverso il completo nulla del deserto del Gobi, attraverso il nulla della Mongolia Interna, attraverso le ripide montagne dello Hebei fino ad arrivare a Pechino.

30 ore di viaggio, di cui le prime 8 circa passate rantolante nella mia cuccetta perché stavo malissimo. Contagiato da raffreddore fulminante e febbre che mi sono gloriosamente guadagnato giocando al torneo di basket in braghette e maglietta senza maniche, sudando come un pinguino all’equatore in un’ampia sala fredda e mal riscaldata.

Brao mona.

Grazie a delle pillole grosse come cocomeri datemi da Maciej*, sono resuscitato in un tempo accettabile, ma ho solo raggiunto il livello minimo di salute per poter deambulare, dialogare, osservare il paesaggio e poco più, niente entusiasmo, niente energia, poca allegria. Dopo il mio risveglio nella cuccetta mi son messo ad ammirare il paesaggio, avevamo già passato le zone più vicine alla capitale, montuose, innevate e costellate di boschetti, ed eravamo nel bel mezzo del Gobi. Ampio, vasto oltre ogni immaginazione, lo sguardo si perde nel nulla pietroso incrociando in maniera sfocata il cielo alla fine dell’orizzonte. Il treno viaggia leggermente rialzato dal territorio circostante e ogni tanto si vedono chiazze di neve dove il sole non batte mai, mentre nuda roccia si alterna a rada e bassa vegetazione, che permette la sopravvivenza delle numerose gazzelle che spesso si vedono muoversi in branchi più o meno numerosi. Cavalli selvaggi, qualche cammello e tanti uccelli, tra cui soprattutto dei grossissimi avvoltoi appollaiati sui dei striminziti pali della luce che li fanno sembrare ancora più grossi. Di tanto in tanto uno sparuto insieme di edifici più o meno fatiscenti attorniati da qualche gher, paesi costruiti appositamente per controllare la linea ferroviaria e, all’epoca comunista, controllare militarmente il confine con la Cina. Arrivati ad Erlian (circa le 22), prima città oltre il confine cinese, i vagoni sono stati letteralmente sollevati con noialtri dentro per effettuare il cambio delle ruote visto che tra Cina e Mongolia lo scartamento ferroviario è differente. Il controllo dei passaporti e burocrazia varia ci ha rubato un paio d’ore abbondanti ed è stato solo verso l’1 di notte che siamo ripartiti verso Pechino. Il paesaggio della Mongolia Interna cambia poco rispetto a prima, ma si iniziano a vedere i primi alberi e dei monti in lontananza; la parte meridionale è attraversata da qualche strada asfaltata, filari di alberi scheletrici e campi coltivati. La provincia di Hebei è montuosa, apparentemente povera, e l’inverno lascia tutto spoglio e da’ una tonalità marroncino-giallognola a tutto, spegnendo ogni altro colore su quel terreno argilloso. I villaggi si alternano nelle strette e ripide vallate che sfilano accanto alla ferrovia, sono villaggi fatti di terra pressata e mattoni di argilla, che li rendono mimetizzati col paesaggio circostante; sono esattamente uguali a quelli che si vedono nei film cinesi di arti marziali degli anni ’70, ambientati in distanti epoche orientali, pare che il tempo si sia fermato dalla dinastia Qing** a oggi, lì. Spesso hanno qualche asino o bue e sono attorniati da campi di mais rosicchiati ai fianchi delle ripide montagne. Avvicinandosi a Pechino il paesaggio si fa più industrializzato, ampi bacini carboniferi, bandiere rosse più o meno ovunque e da un paesaggio montuoso si passa ad una pianura da cui alte montagne si innalzano ripide ed improvvise senza alcuna collina a precederle; in estate o primavera dev’essere un paesaggio magnifico, verde e ammantato da basse nuvole sui monti e la foschia che avvolge la campagna.

Pechino è una città da oltre 13 milioni di persone, la periferia è piena di case vecchie e scrostate che si alternano a condomini anni '60 con pesanti inferriate alle finestre. Man mano che ci si avvicina al centro aumentano i palazzoni, altissimi, spesso di colore rosa, che prendono il posto delle case più povere, senza eliminarle del tutto; si passa sopra ampi viali a numerose corsie e parchi ricchi di alberi e grandi polle di acqua ghiacciata su cui cinesi di ogni età vanno a pattinare, fino ad arrivare alla stazione. La prima impressione che ci ha dato Pechino una volta fuori è stata di una città normale. Una città con un sacco di persone vestite normalmente, edifici normali, auto normali, strade normali, negozi normali... e questa normalità che ci mancava da mesi ci ha colpito con forza, lasciandoci un attimo spaesati. La metropolitana è pulita, efficente, puntuale, moderna. Tutto è in fermento per le olimpiadi che si terranno quest'anno e si posson trovare pubblicità e gadgets ovunque, hanno pure emanato una legge che vieta di sputare a terra (cosa altrimenti normale e comune tanto in Cina quanto in Mongolia) per fare più bella figura. L'ostello è a una ventina di minuti da piazza Tien Anmen, praticamente nel centro della città, dietro enormi palazzoni di acciao e vetro che servono per ospitare hotel a un sacco di stelle; in una via laterale che è di sicuro più originale degli ampi viali in stile americano con splendidi palazzi a contornarli, che servono spesso per nascondere viuzze come quella, in cui minuscoli ristorantini ti danno da mangiare per una manciata di euro e dove le case presentano ogni tanto ancora traccie della vecchia struttura tradizionale***. L'ostello è un edificio moderno, con varie comodità quali canali televisivi in inglese, biliardo, ristorante, sala internet****, e playstation2 libera. Quest'ultima è stata soprattutto la droga mia e di Maciej, facendoci passare numerose ore libere nel tentativo, fallito, di finire una delle numerose versioni di Mortal Kombat ("shaolin monks", per la precisione), che ha portato i due succitati a esibirsi in alcune performances che appena posso caricherò su youtube.

La prima giornata è stata dedicata all'esplorazione dei dintorni, il cambio di valuta, e cercare di capire i menu in cinese. Essendo che mi sentivo decisamente meglio e che "siamo in cina, ci sono solo -7°, fa caldo qua", sono uscito un po' meno coperto del solito e lasciando il mio baldo cappello all'ostello... come risultato i due giorni successivi son rimasto rintanato all'ostello tossendo come un Uscita città proibitadisperato, raffreddato fin nel midollo, semiimpossibilitato a dormire, maledicendo la cina e il clima umido che ha (e si che mi ero pure abituato a Venezia...) e facendo abuso di aspirina. Passata laTempio suppostiforme parte peggiore ci siamo approntati a visitare the temple of heaven, edificio a forma suppostoidale con tetto a pagoda ed ampio parco tutt'attorno in cui sono presenti numerosi altri edifici minori. La città piazza città proibitaproibita è immensa, piena di cortili, templi, palazzi ed edifici che ospitano mostre di vario tipo: tesori Ming e Qing, anche molto interessanti quali enormi blocchi di giada lavorati pazientemente per anni ed anni per rappresentarci scene di vita montana o paesaggi idilliaci e quant'altro; ma a dirla tutta entrambe le strutture sono state un po' una delusione. Affollate di turisti, per lo più cinesi stessi, senza una esaustiva guida non sono altro che edifici che, ai nostri Palazzo cineseocchi profani, sembrano tutti uguali e ripetitivi. Anche senza una guida io posso girare per il centro di una città europea e ammirarne gli edifici storici e farmi un'idea dell'epoca, di cosa c'era, cosa significavano, chi li abitavano, notarne le differenze; ma qua no, la nostra scarsa conoscenza della cultura e storia locali ci ha impedito di riscontrare differenze di stile o quant'altro, rendendo piuttosto monotone le visite alle parti più antiche. Differenza degna di nota è stata la visita allaGrande Muraglia 1 Grande Muraglia. Tre ore di bus per raggiungerla e circa quattro ore di camminata su e giù per le creste dei monti su cui questa si snoda; è una costruzione semplice, ma magnifica. Ovunque guardi puoi vederla in una direzione o nell'altra controllare il territorio circostante e visto che non è piena di turisti puoi immaginarla ancora integra, le torri abitate da guardiani Grande Muraglia 2pronti ad accendere i fuochi per dare l'allarme in caso si avvistassero i temuti abitanti delle steppe approssimarsi per una delle periodiche razzie o tentativi di invasione.

In effetti, più che la parte culturale, abbiamo apprezzato e vissuto la semplice vita cittadina, l'avere la doccia sempre funzionante e senza problemi, andare a spasso per esplorare la città, contrattare con i prezzi delle merci***** nei quartieri tradizionali dove la gente siede per strada a parlottare, i commercianti chiamano insistentemente i clienti ed i ristoranti hanno una piccola cucina all'esterno per servire spiedini di polipo, rana, pipistrello, scorpioni e insetti vari. In mezzo a tutta questa caciaraTempiocinese abbiamo passato tre giorni, cambiando posto, seguendo fiumi di folla che andavano da un tempio buddista all'altro (odio l'odore dell'incenso, e lì l'aria ne era satura) per via del capodanno cinese e che affollavano i parchi al cui interno erano stati organizzate giostre, mercati e similaria. Tutto questo sotto l'onnipresente sguardo di poliziotti o militari; sono dappertutto. Telecamere si possono intravedere ovunque e gente in uniforme è a controllare ogni edificio degno di tal nome, le metropolitane, i sottopassaggi, i negozi, le vie principali, i musei, dappertutto, onnipresenti.
In questo contesto si incornicia l'incontro con la mia protocugina Arianna. Non so bene che grado di parentela abbiamo, ma il cognome è lo stesso e reputo che i nostri padri siano cugini in qualche modo, ho chiesto aggiornamenti alla sede centrale e attendo risposta. Sta di fatto comunque che in Italia non c'eravamo mai visti prima ed il destino ha voluto ci incontrassimo in quel di Pechino. L'appuntamento era all'uscita E della metropolitana alle 16. Io, per non far brutte figure alla prima botta, parto con un po' di anticipo e arrivo lì prima dell'orario stabilito, esco dalla metropolitana e mi metto a cercare l'uscita E. Le uscite vanno dalla A alla C, niente D e niente E. Occacchio, ho sbagliato stazione? Controllo e ricontrollo, no, la fermata è questa, l'orario ed il giorno sono questi, tutto regolare... ma non esiste l'uscita E. Provo ad aggirarmi per la stazione, ispeziono le uscite e scopro che la A porta direttamente ad un grande magazzino, ricco di bar, negozi e zeppo di persone. Aspettaspettaspettaspetta... com'è che si dice A nell'alfabeto inglese? Ei... Ecsit ei... uscita A... mavaccaboja... Torno indietro e scendendo dalle scale mobili noto un gruppetto di due ragazze europee e un asiatico dietro di me; li osservo con la coda dell'occhio, li squadro e senzo puzza di parentela nell'aria, ma non dico nulla. Arrivo indietro, controllo che quella sia proprio l'uscita A e mi fermo nei pressi dei tre, che intanto si sono fermati a loro volta come se aspettassero qualcuno. Bingo. Salutata la cugina Arianna dopo un piccolo reclamo sul chiamare "ecsit ei" l'uscita A che m'ha fatto girare come un pirla, faccio conoscenza della californiana e del cinese e ci spostiamo verso la superficie. Parlottiamo un po' e viene fuori che sta facendo un anno delle superiori all'estero (ha 17 anni) per imparare la lingua cinese******, abbiamo parlottato un po' e mi ha edotto sulle abitudini dei cinesi, di come fino ai 18 anni circa passino tutto il tempo a scuola, dalle 8 di mattina alle 20 di sera, senza rapporti interpersonali che siano al di fuori dell'onnipresente famiglia allargata o dei compagni di classe; di come siano praticamente proibiti fidanzamenti o similaria fino ai 18 in quanto distraggono dallo studio e dall'impegno scolastico, tanto che se ne vengono a conoscenza, i professori sono soliti fare una specie di mobbing caricandoli di compiti più degli altri, interrogandoli strenuamente e cose così, in modo da farli lasciare; di come sia diversa la mentalità organizzativa e le priorità personali e vari argomenti che ora non ricordo bene. Abbiamo passeggiato a lungo assieme agli altri due, intervallando parti in italiano (una manna dal cielo per entrambi poter parlare un po' in lingua madre e a stralci pure in dialetto) a quelle in inglese per rendere partecipi anche gli altri del discorso; dopodichè ci siamo fermati ad una di quelle cucine all'aperto che vendono spiedini di cibo e mi ha praticamente sfidato a mangiare gli scorpioni. Punto sul vivo, non ho potuto ovviamente rifiutare (anche perchè un po' curioso lo ero) e mentre lei si sgranocchiava senza problemi i piccoli scorpioni alla piastra, e mentre gli altri due ci guardavano con un misto di divertimento e ribrezzo (loro mica li hanno mangiati, eh), ho addentato anch'io la mia prima vera schifezza asiatica. Ora, il gusto non è male, è un po'  come sgranocchiare un gamberetto con il guscio, l'importante è non pensare al fatto che in realtà questo sia uno scorpione e non guardare mentre lo addenti, altrimenti tutto diventa moooooolto più difficile... La serata è finita con qualche compera (che grazie alla sua conoscenza del cinese e di come contrattare, ha fatto scendere ancora di più i prezzi) ed un caffè al "Bar Lavazza" (ebbene si, ce ne stanno pure in Cina, ed anche in Mongolia se è per quello, non lo fanno malaccio); con baci e abbracci e la promessa di reincontrarci una volta tornati entrambi nel Belpaese.

 

*= si, finora mi ero sbagliato, il nome si scrive Maciej e si pronuncia Maciek. Eravamo partiti alle 7:30 su un treno cinese che da Mosca andava a Pechino attraverso Ulaanbaatar, facendosi buona parte della transiberiana fino a Irkustk e poi la transmongolica. La locomotiva, così come il riscaldamento dei vagoni, è a carbone visto che in Mongolia non c’è la linea elettrica per i treni, presente invece in Cina. Cuccette a 4 posti, piuttosto scomode ma pulite e funzionanti; all’andata mi son ritrovato con un francese e una madre cinese con due figli, che mi hanno preso in ampiamente ricambiata antipatia, al seguito. Maciej e Agnieszka stavano nella cuccetta precedente, dove sarei dovuto stare anch’io; ho accettato di cambiare posto per non dividere una coppia spaccamaroni di cinesi.
**= pronunciasi “ching”, di etnia mancese, presero il posto dei Ming nel 1633 e crollarono quando il potere imperiale finì nel 1911.
***= quando Mao Zedong (nuova traslitterazione ufficiale di Mao Tse Tung) diede il nuovo impulso di rinnovamento in Cina, la parola d'ordine era di "eliminare il vecchio" ed iniziarono a dar l'esempio distruggendo interi quartieri di Pechino per ricostruirli secono nuove concezioni e tecnologie. Sono sopravvissuti solo alcune zone, alcune vie, alcuni quartieri, che solo negli ultimi anni sono stati valorizzati visto l'interesse turistico che suscitano.
****= con i siti di splinder e youtube oscurati dal governo; oltre a ciò sono totalmente vietati siti e immagini porno, passabili con la gattabuia, tanto che pure i dvd che erano disponibili da vedere gratuitamente, erano tutti censurati e supertagliati anche in scene dove c'era solo un nudo piuttosto parziale come l'arrivo dal futuro della biondina di Terminator3.
*****= in Cina contrattate sempre il prezzo, fate finta che la cosa non vi interessi e quelli vi inseguiranno per chiedervi il vostro prezzo e non vi lasceranno andare finchè non comprerete qualcosa, tanto loro ci guadagnano sempre e comunque. Da 360 yuan (circa 36 euro) sono passato a pagare un prodotto 80 yuan (8 euro)!! E di sicuro la tipa che me l'ha venduto ci ha comunque guadagnato qualcosa, i posti dove non si contratta il prezzo sono veramente pochi.
******= mi sento di dover sottolineare una cosa: avere il coraggio a 17 anni di andarsi a fare un intero anno accademico in Cina, da sola, non è decisamente roba da poco. Lei fa il liceo linguistico, se non ho capito male, e l'apprendimento di una lingua che sta acquisendo sempre più importanza sul mercato mondiale (senza contare che vien parlata da oltre un miliardo di persone) già alle superiori può essere un colpo gobbo non da poco per presentarsi già preparata all'università ed avere maggiori possibilità di trovare impiego grazie alla conoscenza d'un idioma ancora non molto diffuso tra gli studiosi italiani. Massimo rispetto per l'impegno ed il fegato.

Postato da: Baraksch a 16:32 | link | commenti (18)